Julian Assange, in his own words

Venerdì 17 giugno, nel giorno infausto per eccellenza, il mondo Occidentale si è svegliato con una bruttissima, per quanto moderatamente prevedibile, notizia in merito alla libertà di stampa. Priti Patel, titolare del Ministero dell’Interno del Regno Unito, ha infatti autorizzato l’estradizione negli Stati Uniti di Julian Assange, dove rischia 175 anni di carcere (o la pena di morte in base a dove si terrà il processo), per aver aiutato le sue fonti a desecretare dei file classificati contenenti prove di crimini, corruzione e abusi di potere da parte di funzionari del governo americano e non solo.

Nell’attesa dell’ultimo appello contro questa decisione, che sarà quasi certamente letale per l’australiano, ho trovato più giusto e attuale che mai proporre un sunto del suo pensiero, per molti versi illuminante, sul ruolo dell’informazione e della tecnologia nell’evoluzione verso una società più paritaria e democratica, grazie al volume Julian Assange in his own words, un’interessante raccolta delle sue citazioni e dichiarazioni curata da Karen Sharpe, edita nel 2021 da OrBooks.

Perdere ogni libertà in nome di quella di stampa

Per i pochi, soprattutto i più giovani, che non hanno mai sentito nominare l’editore australiano, membro di spicco del movimento di giustizia sociale per mezzi informatici denominato hacktivism e fondatore dell’agenzia di stampa Wikileaks, si tratta di uno dei personaggi più influenti degli anni ’00, vincitore di numerosi premi giornalistici e proposto ripetutamente per il Premio Nobel per la Pace.

Tuttavia, in seguito a rivelazioni di documenti secretati che dimostravano crimini di guerra in Iraq e Afghanistan, il decennio successivo diventa il nemico giurato delle alte sfere del potere politico, economico e militare globale statunitense, pur non avendo mai calpestato il loro suolo, in quanto ha sempre operato tra Svezia, Islanda e Regno Unito.

Julian Assange, allora come oggi, è un personaggio di fondamentale importanza in quanto simbolo vivente dell’incompiutezza sostanziale della democrazia contemporanea e della sudditanza geopolitica e psicologica che l’Europa continua a nutrire verso i capricci d’oltreoceano. In pratica, se è vero che la verità fa male, quando si scoperchia quella che tocca i potenti a stelle e strisce ne fa soprattutto a chi la dice.

E così, in pieno stile colpirne uno per educarne cento, Julian Assange ha subito nel corso degli ultimi dieci anni una sempre più stringente limitazione delle libertà personali e dei diritti umani. Incriminato in Svezia per accuse legate a reati sessuali, o meglio, a una certa reticenza all’uso del preservativo, che una delle accusanti non ha nemmeno firmato, è stato costretto a riparare nell’ambasciata ecuadoriana a Londra dal 2012 al 2019, temendo che fosse tutto un pretesto per dirottarlo verso gli Stati Uniti. Cosa che, ad anni di distanza e a procedimento svedese decaduto, sta stranamente avvenendo grazie alla Perfida Albione.

Julian Assange

Cinque metri e mezzo di spazio personale

Nonostante uno spazio personale di cinque metri quadri e mezzo e il divieto di accedere balconi e spazi esterni, nel periodo da rifugiato continua a pubblicare e a fungere da parafulmine per Wikileaks, portando alla luce documenti come i Guantanamo Files e gli Spy Files, che contengono prove di torture e spionaggio massivo da parte degli USA, e Vault 7, che mostra come la CIA viola i sistemi informatici di aziende e privati cittadini tramite hacking, trojan e altre tipologie di virus.

Il tutto con una schiera di poliziotti sempre fuori dai cancelli, in attesa che gli occhi dell’opinione pubblica e i funzionari sudamericani si girassero un attimo dall’altra parte e permettessero loro di prelevare l’editore con la forza. Ciò è avvenuto nel 2019 – poco dopo un giro di rivelazioni che ha coinvolto anche il nuovo governo dell’Ecuador – e da allora Julian Assange è detenuto nel carcere di Belmarsh, nonostante abbia scontato l’anno di pena per l’originale violazione della libertà vigilata.

Rimane in custodia cautelare in quanto potrebbe di nuovo tentare di dileguarsi, nonostante sia sempre più derelitto e la stessa giudice incaricata in prima istanza di sentenziare per l’estradizione fosse contraria perché l’intera vicenda ha ridotto Julian Assange a un breakdown psicofisico con alte possibilità di suicidio.

Un morto che cammina, come da disposizioni dello zio Sam.

Julian Assange

Trasparenza e affidabilità

Il libro si apre con le considerazioni di Julian Assange in tema di trasparenza e diritto all’informazione, affermando che la vera ragione per cui Wikileaks è da ritenersi affidabile è che ogni loro singola azione e manovra sulle fonti si risolve nella pubblicazione di tutto il materiale, senza eccezioni. Nell’affermare ciò muove una forte critica strutturale alla gestione governativa e burocratica delle informazioni, che costituirà il cuore anche della sua visione della società e della tecnologia.

Per questo motivo, il modo di fare giornalismo di Wikileaks non conosce censura ad alcun livello, e rispedisce al mittente le accuse di violazione di segreto quando questo è dannoso per il diritto all’informazione, e dunque all’esercizio del potere, da parte dei cittadini. Se il mondo è venuto a conoscenza di Collateral Murder e degli altri crimini americani durante conflitto iracheno, il problema non è Chelsea Manning che ha prodotto i file, né Wikileaks che li ha pubblicati, ma l’esercito americano che ha commesso quelle atrocità.

Vale lo stesso per le mail dell’entourage di Hillary Clinton, che provarono la corruzione interna al partito e influirono sulla sconfitta dei Democratici nel 2016, i quali tuttavia incolparono Assange di essere in combutta con Trump e gli hacker di Putin (ma volendo pure i venusiani) per influenzare il voto.

Almeno nelle dichiarazioni pubbliche, l’idea che nulla sarebbe successo se il partito sotto la guida della Clinton non fosse stato un covo segreto di clientelismo e mazzette non è nemmeno passata per la testa dei Democratici. Non c’è migliore prova per la tesi di Assange su quanto la trasparenza sia sinonimo di affidabilità. Oltretutto, riguardo le sue preferenze personali in quell’elezione, è stato chiarissimo:

Mi state chiedendo se preferisco il colera o la gonorrea? Beh, preferirei evitarle entrambe…

Julian Assange

Il potere è la quantità d’informazioni a disposizione

La preoccupazione primaria di Wikileaks, che costituisce la sua policy di pubblicazione, sono gli esseri umani, che devono avere a disposizione il maggior numero d’informazioni possibile per poter esercitare i loro diritti democratici, i quali altrimenti sono soltanto formali. Pertanto, secondo Assange la collaborazione tra un giornalista e una fonte non è mai un crimine, così come non lo è l’azione dei whistleblower, coloro che violano gli apparati di potere per metterne in mostra abusi, crimini e ingiustizie. Essi vanno protetti, tutelati e incoraggiati, perché si sobbarcano un lavoro tanto essenziale per la comunità quanto mortalmente pericoloso per il singolo.

Julian Assange

Il potere altro non è che la disparità d’informazioni a cui si ha accesso e per questo, finché ci saranno apparati in grado di raccogliere e mantenerne segrete la maggior parte, comprese quelle in grado di danneggiare direttamente o indirettamente soggetti e altre organizzazioni, la società vivrà sempre un sistema di disparità di potere analoga a quella di un impero.

A ciò si collega l’essenza dell’attivismo, che non è difendere una posizione a tutti i costi, ma fornire informazioni vere, in grado di evidenziare un problema e così d’influenzare il ragionamento e la scelta delle persone per risolverlo. Mentre l’essenza della democrazia non sono le istituzioni, ma la resistenza alle bugie e alle mistificazioni da parte dei cittadini e la loro capacità di reperire le informazioni anche quando le scontentano.

Il ruolo della tecnologia

Julian Assange è prima di tutto un programmatore e hacker, e ciò è evidente nel ruolo che assegna alla tecnologia, sia come mezzo di resistenza al potere oppressivo, sia come veicolo di cultura e subcultura. Nella sua visione, i soli davvero capaci di opporsi alle sempre più stringenti forme di dominazione che sfruttano big data saranno delle ristrette élite di giovani fortemente formati in materia tecnologica ed educati all’indipendenza e alla trasparenza.

Una sensibilità che riflette al 100% la cultura libertaria e pseudoanarchica del primo movimento di cui Assange ha fatto parte, i Cypherpunks, i quali vedono nella crittografia un’arma sia di offesa per penetrare i sistemi di potere, sia come strumento per difendersi da essi e sviluppare sistemi alternativi d’interazione economico-sociale. A questo riguardo, è dagli ambienti cypherpunk che si sono sviluppati i concetti e le gli strumenti che hanno portato alla blockchain e alle criptovalute.

Julian Assange

La positività della censura e il pericolo dell’autocensura

La censura è sempre un’opportunità, perché rivela una paura verso la riforma. E se un’organizzazione mostra paura verso una riforma, sta anche esprimendo il fatto che può essere riformata.

Julian Assange

Nonostante queste parole decise e illuminate, nella realtà dei fatti difficilmente Assange ha stappato lo champagne quando le maggiori banche e società di transazioni hanno bloccato ogni afflusso di denaro a Wikileaks, costringendo l’organizzazione a finanziarsi tramite Bitcoin, così come non lo ha fatto quando la volontà di tappargli la bocca lo ha costretto a vivere in uno sgabuzzino con la polizia fuori dalla porta. Tuttavia, a livello sociologico la sua affermazione è sacrosanta.

Per quale motivo, un apparato secolare e secolarizzato, che gestisce il potere senza se e senza ma, dovrebbe prendersi la briga di silenziare qualcuno che lo critica, se non per una combinazione di coda di paglia e timore delle conseguenze delle sue affermazioni? Per usare le parole dell’editore, se si attirano tentativi di censura si sta scuotendo la gabbia.

Un governo, un apparato o un’organizzazione che censura dall’alto mostra debolezza, uno che costringe il singolo, tramite condizionamenti educativi e culturali, ad autocensurarsi è nella maggiore posizione di forza possibile, specialmente se a ciò si accompagna la capacità d’influenzare il settore dell’informazione a diffondere notizie manipolate per non risultare scomode a certi interessi politici o economici. Se la cancellazione della storia dopo la sua venuta alla luce, la damnatio memoriae di romana memoria, ancora oggi viene praticata, l’eliminazione di frammenti di essa tramite l’autocensura di chi dovrebbe diffonderla è qualcosa di molto più comune, e molto meno individuabile.

julian assange

In his own words

Gli spunti di riflessione che emergono dalle parole di Assange non si fermano a questi argomenti, ma tendono a toccare altri temi quali internet come strumento di emancipazione – per quanto esso sia invecchiato maluccio dopo che il mainstream ci ha messo attivamente le mani – la sorveglianza globale, la colonizzazione culturale portata avanti dai colossi della Silicon Valley e il fatto che le guerre, specialmente quelle più recenti, sono state provocate da menzogne e omissioni orchestrate ad arte per soddisfare interessi economici e trame di potere, mentre la verità tende a risvegliare l’animo pacifico della gente comune.

In piena continuità con il pensiero di Rousseau e di Platone, che cita direttamente, Assange propone una visione del contemporaneo per certi versi un po’ romantica, ma estremamente puntuale nel descriverne le storture e decisa nel cercare un’alternativa. La visione di un uomo che ha combattuto per quello in cui crede, che sta pagando un prezzo troppo alto per averlo fatto e che, a prescindere dal fatto che si concordi o meno con le sue idee, merita appoggio e rispetto umano per questo motivo.

Julian Assange in his own words è un libro che va letto, un antidoto contro la spirale della beata ignoranza, quella prona a ogni ingiustizia finché non capita nel giardino di casa. E va letto con la speranza, mi auguro condivisa, di poter parlare da vivo di Julian Assange e della libertà di stampa nel mondo occidentale ancora per molto tempo.

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