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Il blocco creativo e le balle d’artista

Ogni tanto, agli scrittori capita di cadere in un blocco creativo, incapaci di portare avanti le proprie storie e di spalancare quel misterioso chakra della creatività, da cui in altri momenti le parole sembrano sgorgare in torrenti infiniti.

Non sono qui per propinarvi la favoletta del blocco dello scrittore, il quale non è altro che una scusa anche troppo abusata, un capro espiatorio dietro cui nascondere insicurezze o il semplice desiderio di dedicarsi ad altro per un po’. Dopotutto, ogni aspetto della vita è fatto di sgasate, pause, ripartenze e periodi a velocità di crociera. Perché la stesura di un’opera letteraria dovrebbe comportarsi in modo diverso?

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Perché se qualcuno scrive deve incarnare lo stereotipo di un esaltato che gratta la penna su un foglio con gli occhi rovesciati, talmente estraniato dalla realtà circostante che pare abbia appena mangiato un risotto ai funghi allucinogeni?

Non è questione di un fantomatico blocco creativo, l’ispirazione non è un gas che evapora nell’aria e poi si condensa in un temporale. Le pause servono, per questo il nostro corpo e il nostro inconscio le forzano. Ci si ferma perché non si ha più niente da dire, e allora bisogna ricaricare il recipiente di immagini, scene e suggestioni comunemente chiamato mente. Oppure si ha troppo da buttare giù, ma prima bisogna avere il coraggio di ammettere qualcosa di fronte a se stessi.

Ecco dunque il motivo di questi due mesi di stop: esiste un’implicazione inevitabile del processo creativo che non ho mai voluto ammettere. Qualcosa che credevo una mancanza da colmare, mascherare, gonfiandola d’altro per darmi un tono, così da rendere questa passione utile e apparire interessante e pulito agli occhi degli altri, soprattutto coloro che non scrivono, non leggono, non interpretano e non gliene potrà mai fregare di meno.

Inganni e autoinganni

Si tratta di una verità scontata e terribile allo stesso tempo: la testa e il cuore di un artista, ancor più se si tratta di uno scrittore che indaga stati d’animo e oscillazioni dello spirito, è e deve essere il più vuota possibile, priva di passioni e affezioni che contano più di ogni altra cosa.

Che cosa significa ciò? Che non si riuscirà mai a rappresentare con successo l’amore che agita le farfalle nel proprio stomaco, né a sferzare le pagine con l’odio viscerale che si prova per il nostro peggiore nemico. Chi è artista lo sa, per raccontare serve il distacco, e ne viene a conoscenza proprio perché iniziare a raccontare equivale a crearlo, quel distacco.

Si scrive per lasciar andare un’ossessione, una fissazione, un tormento, così come un sogno, un idillio, un’estasi. Perciò chi non ha talento o ambizioni letterarie, ma si porta sulle spalle un vissuto segnante, spesso scrive a scopo terapeutico, e tale pratica funziona incredibilmente bene per il soggetto (per i lettori un po’ meno, visto che quei tipi di libro sono tutti uguali sputati).

Tornando a noi, ciò che era vero, nel senso di soggettivamente preponderante nella nostra percezione, prima di poggiare la penna sul foglio e di dargli forma di parole, una volta finita la stesura non lo è più, diventa solo un’altra menzogna, la cristallizzazione di un ricordo alterato dalla mente, che seleziona e modifica la nostra memoria per ottenere lo stato d’animo o l’immagine di cui eravamo alla ricerca.

Lasciate che vi sveli un segreto: un artista dissemina nelle sue opere un sacco di balle su ciò che prova, e anche quando ci mette la verità, la modula e la deforma affinché sia più d’impatto possibile agli occhi di chi la riceve. Cogliere l’essenza delle cose solo quando sono alterate, ripulite e rese traslucide da una rappresentazione esterna è un meccanismo della mente umana, un autoinganno necessario a evitarci la sofferenza dell’autogiudizio. Per questo facciamo una fatica boia a imparare dalle nostre vicende o da quelle di chi amiamo, ma gli stessi concetti e comportamenti ci si stampano perfettamente in testa se li apprendiamo da un libro, da un film o da una serie TV.

Noi che quei prodotti di finzione li creiamo, non possiamo che partire dal nostro vissuto per farlo, tuttavia abbiamo bisogno di uno scudo a nostra volta, altrimenti ogni ispirazione resterebbe muta in fondo al cuore come fa l’amore vero, quello che non si dichiara ma si dimostra. Perciò creiamo feticci e su quelli riversiamo le fantasticherie, la creatività e l’emotività, autoconvincendoci che l’illusione sia reale, finché ne abbiamo bisogno per allontanare o superare il blocco creativo.

Credere alle balle che racconto

In poche parole, in quanto artista sono condannato a credere alle balle che racconto, quantomeno nel momento in cui le sto raccontando. Una volta ottenuto il mio obiettivo, ovvero l’ispirazione per una scena, un personaggio o una storia, non posso far altro che riconoscerle come tali e lasciarmele indietro, alla pari del feticcio attraverso cui le ho evocate. Sembra un fatto di poco conto, ma un inganno del genere non qualcosa di poco conto per chi lo subisce, specialmente se riguarda l’amore, l’amicizia o altri legami che si basano su sincerità e trasparenza.

E così arriviamo al blocco creativo e a cosa la mente mi intimava di chiarire e di accettare. Questo. Che non si può essere artisti senza usare in un certo qual modo la gente che ci circonda. In allegato mi ha anche posto la domanda: ne vale la pena?

Suppongo di sì, ma se così non fosse, ormai sono quasi due decenni che lo faccio ed è diventata una comoda e proficua abitudine, che mi dà anche modo di riconoscere le persone che contano davvero: quelle di cui mi porterò storia e sentimenti reciproci nella tomba.

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