Revenhunt – di Bellard Richmont

Al giorno d’oggi, sembra che il fantasy non abbia più nulla da dire, nemmeno nelle sue accezioni più contemporanee come lo urban. Il rischio per un autore che si misura con questo genere è di ritrovarsi sempre con gli stessi plot tra le mani, oscillando tra portali per metaversi che materializzano le fantasie di bambini emarginati e venute dell’Anticristo – o di qualche antico demone superiore che ha trovato un modo di rompere i sigilli che lo incatenavano nell’eterno oblio – da sventare con un misto di crittografia e il sempreverde potere dell’amicizia.

Insomma, uno urban fantasy contemporaneo o è un clone di Stranger Things, o è Lovecraft con i computer, o è La Bibbia Remake.

La fortuna della Storia in Rete di oggi, Revenhunt, scritto da Bellard Richmont ed edito nel marzo 2020 da IDEA – Immagina di Essere Altro, è di non assomigliare a nessuno dei tre, nonché di presentare forti influenze thriller inserite con sapienza.

Per i più pigri, ecco qui la videorecensione del romanzo, che è acquistabile a questo link:

Cosa potrebbe mai andare storto?

Revenhunt comincia con la rappresentazione di un idillio, quello tra i protagonisti Devon Hunt, tatuatore, e la fidanzata Elise Negan, scrittrice, che coronano il loro sogno d’amore trasferendosi in un’anonima via residenziale di un’anonima città americana: Crossroad. Purtroppo, un lettore esperto sa che un romanzo che si apre in una situazione di tale serenità d’animo è rassicurante quanto quel vicino di Erba che salutava sempre.

Infatti, tra lo psicodramma lavorativo di Devon, che non riesce a farsi assumere perché i tempi sono cambiati e viene considerato un tatuatore boomer, un tizio mascherato che si diverte a fare cucù alla finestra nel cuore della notte e degli strani rumori in cantina, la scintillante magia delle prime pagine si tinge subito del vero oscuro dell’occulto.

Così i nostri eroi, chiamata in causa un’amica di Elise dagli ascendenti sciamanici, decidono di fare una bella seduta spiritica con tanto di tavola ouija per fare due parole con il fantasma del poliziotto ed ex proprietario dell’immobile, morto suicida là sotto. Tanto cosa potrebbe mai andare storto?

Revenhunt

Il resto della trama, ovvero fatti di sangue, anime che si contendono lo stesso corpo e balzi avanti e indietro dal regno dei morti, ecco cosa.

Riassunto tragicomico a parte, ci si trova di fronte a una vicenda ben costruita, ricca di colpi di scena sapientemente dosati lungo la narrazione, con un alone di mistero pressoché costante, che dipende dal contesto, non dal semplice celare l’azione degli antagonisti, e che presenta una ritmica in grado di tenere incollato il lettore fino alla fine.

Ad avermi positivamente stupito è il fatto che in Revenhunt non c’è un lento decollo di spiegazioni parziali atte a porre interrogativi che creano tensione, come spesso capita in thriller e affini, ma il mistero è distribuito costantemente nel corso delle scene, come se ogni goccia di comprensione dell’occulto che i personaggi acquisiscono con immensa fatica si condensasse e precipitasse all’istante nell’inesorabile mare dell’ignoto. Ed è questo costante stato di ansia, di trepidante attesa per qualcosa che non ci è dato sapere, il maggior pregio dell’opera.

Stereotipati, ma con stile

Il concept dei personaggi di Revenhunt non brilla per originalità, anche se ciò non è necessariamente un male. Senza anticipare troppo le considerazioni sull’ambientazione e sulle suggestioni subculturali, si può dire che Richmont ha selezionato i tipi umani più adatti all’ambiente, come quando si sceglie un paio di tende particolarmente in tinta con le pareti del soggiorno. Insomma, specialmente quando entrano in scena, i personaggi riescono a far esclamare sia: «Questo l’ho già letto mille volte», sia: «Sì, cazzo, sì! Proprio te volevo».

Infatti, il protagonista è sostanzialmente uno sfigato, mentre il suo alter ego è la versione marine di Johnny Silverhand. La povera Elise non rompe mai le catene di caratterizzazione del candido fiore esposto alle intemperie del mondo, mentre Babet, la sciamana e spalla principale, è ovviamente dura, pura e senza paura, ma pure senza due righe in più che la qualifichino al di là del ruolo nella trama. La classica facente funzione della protagonista femminile quando questa si prende una pausa di riflessione dalla vita.

E poi c’è l’amico di sempre che appena vede due soldi e due zo***le tradisce tutti e diventa il cagnolino del cattivone di turno, facendo pensare all’istante: «Ok, questo è il primo che muore», cosa che puntualmente avviene, la poliziotta che incarna perfettamente la donna forte che un po’ ti turba citata da Marracash in un pezzo di qualche anno fa, che non è lesbica soltanto per esigenze di trama, i cattivoni gaudenti e mascherati che giocano a fare la P2 dei satanisti e il cugino di Ghost Rider.

Infine, ovviamente, c’è un giapponese. Perché mica puoi creare un locale in bilico tra un bar di metallari, una dark room da discoteca berlinese e un limbo senza mettere un giapponese alla reception.

Revenhunt

Il dinamismo dei morti e la flemma dei vivi

Le ambientazioni sono decisamente un punto di forza di Revenhunt, specialmente i piani onirico-metafisici che oltrepassano i confini della dimensione materiale. Sarà che ci si distacca presto da esso e dalle sue ordinarie consuetudini, ma è il mondo reale, la Crossroad di tutti i giorni, a suonare un pelo fiacca, artefatta, poco approfondita e per nulla vissuta, alla stregua di una città messa su in tre quarti d’ora con Sim City. Infatti, i soli luoghi che vedono una descrizione e un’illustrazione meglio definita sono alcuni interni: la casa di Hunt, l’obitorio e ovviamente il Midway Bar. Il resto è uno sfuggevole paesaggio urbano di passaggio.

Eppure, tale scelta rappresentativa è azzeccata e impedisce la ridondanza, focalizzando l’attenzione del lettore su luoghi ed eventi significativi. Il Midway è certamente il luogo più ispirato e riuscito, dove si fonde tutta una serie di influenze subculturali legate ai trapassati e ai culti demoniaci, in un tripudio di catene, impermeabili, musica assordante e lampi di rosso e di nero che si combinano nel richiamare multiversi trascendenti. Una lounge verso forme alternative di esistenza con tutti i crismi del caso, crocevia di storie indicibili, sogni infranti ed esistenze dannate.

Revenhunt

In tutta sincerità, si tratterebbe di un luogo perfetto per ambientare un sacco dei miei racconti dal mood più extreme.

Revenhunt: una storia sporca scritta da una mano pulita

La scrittura di Revenhunt sciorina dettagli, ma non si perde in chiacchiere, e questo giova incredibilmente alla narrazione, che a fronte dell’intreccio parecchio fitto riesce a seguire una linea netta e a non confondere il lettore.

Trattandosi in buona parte di outcast non soltanto verso la società, ma anche nei confronti della stessa condizione umana, forse avrei osato un pochettino di più nell’assegnare un registro linguistico particolare o qualche forma comunicativa sperimentale ad alcuni personaggi, così da rimarcare meglio la frontiera tra il bieco mondo materiale e ciò che sta al di là. A suggerirmi il fatto che tale sottigliezza fosse alla portata dell’autore, il giochino delle citazioni cinematografiche che impreziosisce la comunicazione tra Devon ed Elise, che ho apprezzato parecchio.

Tuttavia, mi ha colpito molto meno l’effetto colonna sonora che si voleva ottenere assegnando una canzone per capitolo. Pensiamo tutti che sia un’idea originale, e per questo la si ritrova in un sacco di libri di esordienti/emergenti. Avevo impostato una cosa simile anche nel mio Franco Spirito, ma per fortuna ci ho ripensato in fase di revisione.

Tornando al libro, in fin dei conti non è per nulla difficile godersi la comunicazione schietta, scorrevole e che non le manda a dire, perfetta per esaltare il lato action thriller dell’opera.

In conclusione, Revenhunt è davvero un gran bel libro che, anche senza presentare dei Machbeth nel parco personaggi, combina al meglio le suggestioni del thriller e l’alone di oscuro mistero della magia occulta, in cui l’azione fa il suo egregio lavoro e ha successo nel mantenere alta la tensione fino alle ultime righe.

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