Fantascienza e distopia: tra paradossi e impatto comunicativo

Genere amato da nicchie di cultori quasi religiosi, ma nel complesso piuttosto snobbato dal grande pubblico, la fantascienza ha avuto una prima fioritura tra gli anni Quaranta e Sessanta, per poi ritornare sporadicamente in auge nei decenni successivi. Nonostante venga comunemente associato a esplorazioni spaziali e colonizzazioni di pianeti sconosciuti, il genere è in realtà molto più ampio, un vero e proprio idra dalle teste multiformi.

Pur mantenendo come presupposti di base il setting temporale in un futuro più o meno prossimo, dove all’avanzamento tecnologico corrispondono modificazioni strutturali della società e della cultura con cui devono misurarsi i personaggi, la fantascienza si è infatti sempre più ramificata in una serie di filoni indipendenti, al punto che oggi è difficile riferirsi a essa come a un genere organico.

Nella letteratura e nella produzione creativa degli ultimi anni stiamo assistendo a una riemersione di alcuni filoni della fantascienza nella cultura di massa, per motivazioni storico-culturali perfettamente in linea con l’assioma costitutivo del genere.

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Esternalizzare per interiorizzare

Il presupposto alla base della letteratura fantascientifica è esternalizzare per interiorizzare. Si tratta di un concetto psicologico, ma anche filosofico, per cui la mente dell’individuo recepisce, assimila e mette in pratica lezioni e concetti in maniera più efficace se può rapportarli ad altro da sé, in quanto esclude la componente emotiva e i freni inibitori.

Per esempio, grandi predicatori come Zhuang-Zi, e salvo situazioni limite lo stesso Gesù Cristo, preferivano comunicare i loro precetti in maniera indiretta, accompagnandoli con racconti metaforici che spostavano l’attenzione del ricevente su un protagonista terzo. Zhuang-Zi sosteneva l’assoluta inutilità di impartire una lezione in maniera diretta a un individuo, in quanto nessuno vuole sentirsi dire cosa dovrebbe fare o pensare.

Allo stesso modo, la fantascienza si sforza di creare uno scenario alternativo particolarmente dettagliato e plausibile in modo da destrutturare la percezione del lettore, cosicché i messaggi morali, ma anche le emozioni che tende a veicolare, gli possano giungere in maniera più diretta possibile. L’obiettivo della creazione di uno scenario fantascientifico è dunque mantenere la struttura materiale e metafisica della realtà, ma recidere il legame del lettore con il suo quotidiano, sostituendo gli eventi storici, le influenze culturali, i personaggi del suo presente o del suo passato e perfino gli oggetti e le abitudini quotidiane di qualcosa di non ancora esistente, ma che potrebbe esistere in futuro.

Per calare nel concreto l’ultima affermazione, è molto più impattante, nonché meno passibile di obiezioni storiche e ideologiche, mostrare l’insensatezza e la disumanità dei presupposti del totalitarismo attraverso la graduale scoperta di uno scenario distopico come quello di1984 di George Orwell, piuttosto che sostenerla con biografie critiche di Hitler e Mussolini o con romanzi storici ambientati sotto i loro governi.

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Manifesto del Grande Fratello in 1984 di George Orwell

Questo perché il romanzo storico, così come la saggistica, si deve scontrare con la complessità multiforme del reale, che non consente ad alcun punto di vista di essere definitivo e invariabile, smorzandone l’efficacia comunicativa.

Gli alieni siamo noi…

… e non soltanto loro. Siamo anche i cyborg, i capitani di ventura che partono alla conquista di nuove galassie, i piloti dei mecha giapponesi, gli esploratori dei metaversi e i sopravvissuti a una catastrofe tecnologica che lottano per le ultime risorse.

Questo perché l’obiettivo della fantascienza, dopo aver generato e strutturato una prospettiva alternativa, è usarla per rappresentare le ansie, le suggestioni, gli entusiasmi, i sogni e infine gli incubi dell’essere umano. A volte per esorcizzare la paura del futuro e della possibile deriva di alcune tendenze ideologiche o dell’uso errato della tecnologia, altre semplicemente per dipingerci per ciò che siamo davvero.

A questo riguardo non si può non citare una delle opere di fantascienza più iconiche di sempre, il racconto breve di Frederic Brown Sentinella, che descrive le sensazioni di un soldato impegnato in un conflitto interplanetario contro la sola altra specie senziente della galassia. La breve narrazione presenta la sua delusione per essere confinato in un avamposto dimenticato, quando avrebbe potuto ricoprire una posizione migliore, nonché l’invidia verso gli aviatori e le loro navi moderne moderne, finché nota un nemico in avvicinamento e lo abbatte. In seguito, osservandone il cadavere esprime tutto il suo disgusto primordiale per quell’essere alieno, in quanto:

Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante e senza squame

Frederic Brown – Sentinella

Ogni sottogenere della fantascienza è figlio del suo tempo

Se i protagonisti sono sempre gli esseri umani e i loto moti dell’animo, anche quando sono rappresentati da specie di alieni organici o sintetici, il tempo è un fattore essenziale per definire la forma e l’accezione delle storie di fantascienza. Non sto parlando dell’ambientazione temporale del libro, bensì della stagione culturale in cui vive l’autore. Se tale fattore ha una sua importanza in pressoché qualunque opera creativa, i racconti e i romanzi di fantascienza ne risentono particolarmente, specialmente per quanto concerne la nascita, l’esplosione di popolarità e il successivo inabissamento delle varie branchie.

Trattandosi di una produzione con l’occhio rivolto al futuro, è automatico che assimili tra i suoi elementi costitutivi ogni nuova scoperta scientifica o invenzione tecnologica di portata epocale, rendendola un elemento cardine della narrazione. Ma ciò avviene anche per le teorie filosofiche e perfino per le mode e le subculture più avanguardistiche.

Così, se la fantascienza occidentale del Dopoguerra è un’enorme metafora della Guerra Fredda, tra la frenetica corsa allo spazio e l’incomunicabilità tra blocchi ostili, quella orientale, specialmente giapponese, affianca l’esaltazione del miracolo economico, il trauma della bomba atomica e la volontà di rivalsa nei confronti delle potenze vincitrici creando il filone dei mecha.

L’evoluzione della fantascienza nei decenni successivi

Gli anni Settanta e Ottanta proseguono sulle stesse tematiche, ma registrano l’incorporamento delle avanguardie subculturali, specialmente il punk, nonché un ridimensionamento degli scenari dall’impero mondiale o galattico alla città, simbolo dell’individualismo. Creste, colori sgargianti, borchie, teppisti, impianti cibernetici e i primi riferimenti alla dimensione digitale sostituiscono elementi e personaggi dal retaggio militare, mentre la meccanizzazione e le sue prospettive di disumanizzazione fanno il loro graduale ingresso, aprendo le porte a quella che sarà la grande stagione della distopia psicologica.

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Akira, icona della fantascienza distopica animata

Si tratta del periodo a cavallo del Nuovo Millennio, dove le frontiere tecnologiche, la caduta dei blocchi politico-sociali e la globalizzazione si riflettono in opere che raffigurano l’alienazione individuale, riflettendo la solitudine esistenziale di dover condurre un’esistenza interconnessa, ma con sempre meno legami e punti di riferimento. Dal transumanesimo alla teoria della simulazione, gli stessi presupposti di esistenza della realtà e dell’Io vengono continuamente messi in discussione, presentando il terrore di perdere se stessi nel flusso delle informazioni o in quello delle strutture culturali e sociali.

Nell’ultimo decennio la fantascienza si è rianimata, anche grazie agli eventi traumatici che hanno interessato il mondo, pandemia e lockdown tra tutto, che hanno ravvivato istinti e paure inconsce prima stemperate dalle occupazioni mondane e dal vivere sociale. Raccogliendo le suggestioni del periodo precedente, tale nuova ondata non può che tradursi in scenari claustrofobici, talvolta post-apocalittici, in cui la sopravvivenza della mente individuale è legata all’escapismo e fortemente connessa con i sempre più ampi orizzonti del mondo digitale, nonché alla diffidenza verso big data, le tecnologie di sorveglianza di massa e l’influenza social sulle abitudini e sui gusti.

Visti i tempi che corrono, dunque, la connotazione distopica è un approdo naturale per le storie contemporanee.

Politica e società nella fantascienza distopica

Per distopia s’intende una distorsione del reale in senso peggiorativo attraverso l’estremizzazione delle tendenze individuali e sociali. Insieme a quella horror, rappresenta la connotazione più comune che viene adottata dalle storie di fantascienza, a prescindere dal filone di rappresentanza o dalle influenze individuali dell’autore.

Così come banalizzare il male ha l’effetto di non farlo percepire come tale, sottolinearlo attraverso uno scenario che contenga tutte le storture lo rappresenta con massima vividezza. Per questo motivo un genere basato sulla rappresentazione di ansie e paure verso un uso distruttivo della scienza e della tecnologia, nonché di critica sociale e morale verso le possibili derive della società, fa così massiccio uso della distopia. Specialmente nelle opere a forte connotazione politica, per quanto ogni opera di fantascienza lo sia a causa delle fondamenta del genere, appare ormai impossibile fare a meno di questo elemento, essenziale per parlare in maniera efficace del mondo che ci circonda.

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Black Mirror, serie tv di fantascienza distopica con storie slegate tra loro e differenti filoni narrativi

La distopia ha anche un altro significato comunicativo, vitale per chi la mette in pratica: scioccare il lettore o lo spettatore, provocando in esso un senso di categorico rifiuto anche solo per la più remota possibilità che i presupposti di tale deriva possano concretizzarsi in futuro. Dunque, le opere distopiche contengono in sé il seme della ribellione e della resistenza verso l’oppressore, che gli autori spargono creando un ulteriore paradosso rispetto a quello che costituisce le basi della fantascienza: far sperimentare il peggio per suscitare il meglio.

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