Il supervisore dei suicidi – di Claudio Secci

Che siano opera di emergenti, scrittori affermati o grandi classici del passato, i libri sono il fulcro del lavoro culturale e immaginativo di BTM, nonché la principale fonte di ispirazione, confronto e miglioramento in termini di abilità nella scrittura. Per stabilizzarmi nelle letture e imparare a riconoscere il meglio e il peggio del lavoro altrui, ho creato la rubrica Storie in Rete, con l’intento di presentare e analizzare libri interessanti e di qualità. Quello di cui parlerò oggi è Il supervisore dei suicidi, scritto dal vulcanico Claudio Secci, autore veterano e presidente/fondatore del CSU – Collettivo Scrittori Uniti.

Il libro è fresco di pubblicazione, in quanto si è affacciato sul mercato lo scorso ottobre grazie alla casa editrice Delos Digital. Sono quasi certo che il nome vi avrà fatto scattare una lampadina, ma se ciò non è accaduto sappiate che si tratta di uno dei marchi più famosi in Italia per quanto riguarda la fantascienza.

Genere che l’autore, al termine di un percorso formativo specialistico in tecniche narrative, ha affrontato nella sua forma primigenia, proponendo un’epopea spaziale dai toni dark, a tratti quasi horror, che specula con arguzia sulle suggestioni tecnologiche che popolano le nostre proiezioni mentali sul futuro, e riesce allo stesso tempo a colpire l’emotività del lettore.

A rischio estinzione

Anno 2110: Lewis Harper è un essere umano, tra i pochissimi rimasti in vita dopo la catastrofe nucleare ha annichilito la vita sulla Terra dieci mesi prima. I sopravvissuti, a bordo di tre arche spaziali, hanno compiuto un viaggio spaziale fino all’esopianeta KB32, uno dei pochi pianeti al di là del sistema solare ritenuti abitabili. Tuttavia, l’habitat dalle condizioni ostili, l’impossibilità di allontanarsi liberamente dai confini del campo base e una ferrea dittatura militare incatenano i coloni a una vuota vita di sussistenza, fatta di lavoro e miseria umana, dove perfino i contatti reciproci sono ridotti al minimo indispensabile.

Come se non bastasse, gli umani non sono soli sul pianeta, e non potevano avere vicini di casa più ostili: dodici anni prima della catastrofe globale, infatti, un androide autocosciente chiamato Magnus 0 era evaso da una stazione spaziale e aveva raggiunto KB32, per poi utilizzarne le risorse al fine di costruire una civiltà sintetica popolata da replicanti sotto il suo controllo diretto. Memore della schiavitù a cui lo costrinsero i suoi creatori, Magnus 0 odia l’umanità e desidera distruggerla una volta per tutte, per cui le due fazioni entrano in guerra appena dopo lo sbarco delle arche su KB32.

Da magazziniere a il supervisore dei suicidi

All’inizio della vicenda de Il supervisore dei suicidi, gli umani hanno conquistato la zona sud del corpo celeste, dove si trova una piccola riserva d’acqua allo stato liquido, riprogrammando molti dei replicanti Magnus affinché obbediscano ai loro ordini. L’estesa calotta ghiacciata a nord, dove si concentrano le risorse minerarie necessarie a uscire dalla mera economia di sussitenza, è invece saldamente in mano ai sintetici.

Sui suoi confini si trova la linea del fronte, poi un enorme cratere scuro che divide le due metà del pianeta, un abisso che scruta perennemente anche il più intimo anfratto della psiche dei pochi rappresentanti di un’umanità la cui esistenza è appesa a un filo. Filo che inevitabilmente comincia a spezzarsi per sempre più individui, i quali abbandonano la speranza di tornare sulla Terra, che resterà radioattativa a livelli insostenibili per molti anni, e preferiscono darsi la morte piuttosto che continuare a sopportare quelle condizioni disumane.

Per questo motivo Harper, un semplice magazziniere, viene promosso ufficiale di sorveglianza con l’inedito ruolo di Supervisore dei suicidi, affinché individui e prevenga questi eventi.

Se da un lato questa opportunità consente all’ex giornalista di venire a contatto con le alte sfere gerarchiche del regime e di conoscere informazioni top secret, dall’altro lo spingerà a piene braccia nella degenerazione psicologica, esistenziale e militare verso cui sta scivolando l’umanità.

Sullo sfondo, l’improvvisa e misteriosa ricomparsa del suo migliore amico Stan, ufficialmente morto il giorno dello sbarco su KB32, che sembra portare con sé un terribile segreto.

Una trama complessa e concentrata

Difficilmente mi spingo a fare un riassunto così lungo e così dettagliato della premessa di un’opera, ma questa volta è assolutamente necessario, perché Il supervisore dei suicidi è a tutti gli effetti un romanzo chirurgico.

Lo è sotto il profilo stilistico, in quanto contempla un sacco di concetti, suggestioni, azioni ed elementi, senza tuttavia lasciare per strada il minimo dettaglio. Cuce al meglio ogni punto di sutura di un intreccio, ma soprattutto di un world building, dalla notevole complessità.

Lo è a livello di costruzione dei personaggi, perché riesce a renderli memorabili pur dedicando loro relativamente poco spazio, spesso quello di una singola scena.

Lo è per la maniacale cura del dettaglio con cui ogni affermazione fantascientifica o variante tecnologica viene accompagnata da spiegazioni puntuali e accurate.

Lo è, infine, per la capacità d’infarcire il tutto con umanità, attaccamento alla vita e toccante emozione. Secci, dopo aver passato in rassegna le colpe della razza umana attraverso il lato razionale della costruzione narrativa, estrae dai suoi angoli più nascosti il lumicino della speranza, necessario e sufficiente affinché sopravviva e successivamente ritorni a vivere.

supervisore dei suicidi

Ritmi alti ed equilibrati

A livello ritmico il romanzo è straordinario, perché riesce a condensare la sua complessità in poco più di centosessanta pagine, senza tuttavia risentirne. C’è un grande equilibrio tra scene d’azione, spiegazioni, interazioni e descrizioni, senza che lo spiegone la faccia da padrona, come troppo spesso succede in questi casi, anche quando il libro risulta essere più lungo e meno denso di elementi ambientali.

La vicenda è attraversata da una costante tensione emotiva, che soprattutto nelle prime pagine oscilla con costanza tra i più cupi moti dello spirito. Con l’avanzare dell’intreccio aumenta la frenesia e la psiche del protagonista subisce un repentino disgelo, seppur drammatico, che risveglia sensazioni e suggestioni ibernate ma non per questo private della loro forza originale, le quali preparano il terreno per un climax pienamente soddisfacente.

Così come il world building, è difficile riassumere la questione delle tematiche affrontate da Il supervisore dei suicidi, perché sono davvero tante. A un primo livello di lettura si individua abbastanza facilmente una sorta di traslazione techno-post-apocalittica della condizione umana che la maggior parte di noi ha vissuto all’epoca del primo lockdown. Anche e soprattutto per questo motivo i risvolti psicologici, gli sgomenti, le riflessioni e le scelte del protagonista e degli altri sopravvissuti ci sembrano così toccanti, così attuali, così vissute.

Tuttavia, la spinta atmosferica e significativa del romanzo non si esaurisce qui.

Non solo sgomento da lockdown

Emerge in tutta la sua potenza l’istinto autodistruttivo insito nella psiche umana, sia nel contesto macro della distruzione della Terra, sia in quello dell’ondata di suicidi, in contrapposizione a quello di conservazione, che erige e in qualche modo giustifica un modello politico distopico, oppressivo, per certi versi orwelliano. Il quale tuttavia, al netto delle condizioni critiche in cui versa la specie umana, nessuno si sente in grado di contestare o rovesciare.

Inoltre, ci troviamo di fronte alla natura del rapporto uomo-macchina e uomo-IA, un argomento incredibilmente complesso che richiederà grande attenzione e una repentina evoluzione nel corso dei prossimi decenni, se non anni, e che porta con sé un profondo spunto di riflessione filosofica su cosa significhi vivere. Tanto nel senso di che cosa deve essere considerato vivo, quanto di quali sono le condizioni mentali e fattuali per cui l’atto di vivere si discosta da quello di sopravvivere.

Scusate se non mi ci sono soffermato, ma ci sono anche robottoni, bazooka, sparatorie e cose che saltano in aria alla Micheal Bay. Giusto per non farsi mancare nulla e tirare in ballo il lato più avvincente della fantascienza.

Un eroe a sua insaputa

In un contesto narrativo che mescola la componente domotica di Matrix e quella astratta di 1984, il protagonista Harper si inserisce come una sorta di ibrido tra Winston Smith e Neo, in alcuni frangenti un uomo qualunque, in altri l’Eletto, ma sempre e comunque una vittima degli eventi. Verso di essi matura tuttavia un forte spirito di adattamento, che lo porta ad affermarsi come eroe per necessità, più che per volontà, risultando il più genuino dei punti di vista che un lettore possa assumere per assorbire una narrazione del genere.

Essenziale ma profondo, e per questo motivo ancora più toccante, è il suo rapporto con Stan, personaggio a mio avviso ben più carismatico e memorabile, che incarna appieno la natura conflittuale e violenta della costruzione narrativa. Per quanto riguarda il cast dei secondari, mi limito a dire che ognuno sfrutta al meglio le sue quindici righe di celebrità.

Come? Leggete sto benedetto libro, che ci vuole poco e ne vale assolutamente la pena.

Mi sento però di muovere un unico, minuscolo, appunto all’antagonista principale. Per quanto sia l’esistenza stessa di Magnus 0 e dei suoi cloni a implicare profonde conseguenze di trama e di significato, rimane un cattivo perché sì, con pochissimo spazio, nessuna evoluzione narrativa e motivazioni vaghe e poco approfondite, legate più all’antefatto che alla stessa vicenda.

Un ottimo punto di partenza

Questa considerazione mi dà l’assist per rispondere alla domanda che Secci sta ponendo ai lettori: il romanzo merita un ampliamento?

La risposta è decisamente sì, perché le premesse che getta quest’opera e la densità di elementi narrativi e filosofici che emergono da un world building così ispirato e ben costruito danno adito alla realizzazione di molte storie spin off, le quali esprimerebbero appieno il potenziale evocativo di KB32 e della sua ben poco calorosa accoglienza verso la razza umana.

Per intenderci, non vedrei l’ora di leggere un “Magnus 0: le origini” o un’antologia dal titolo Racconti dal pianeta dei suicidi, che ripercorre la vicenda del romanzo assumendo il punto di vista di altri sopravvissuti.

Ancor più di un sequel, libri del genere sarebbero due bombe nucleari. Ops, forse ho sbagliato metafora.

Ci tengo a precisare che non aver incluso parentesi di questo tipo ne Il supervisore dei suicidi non è un problema di per sé. Anzi, è stata una scelta di stesura voluta ed estremamente azzeccata, in quanto uno dei maggiori pregi stilistici del romanzo è proprio non allungare il brodo, presentando un’esposizione schietta, essenziale e diretta, necessaria e tremendamente efficace nel tracciare il mood e l’atmosfera che Secci desiderava trasmettere.

Considerazioni finali su un romanzo consigliatissimo

In definitiva, Il supervisore dei suicidi è uno dei libri che più mi ha colpito nel corso dell’anno, lasciandomi con il desiderio di volerne ancora. Per la vicenda in sé, ma anche e soprattutto per il contesto che la genere, davvero ampio e pregevole. Qualche piccola mancanza ce l’ha, per esempio non ha minimamente preso in considerazione la dimensione digitale, né all’interno della società umana né in quella dei Magnus. Tuttavia, è bene sottolineare che le mancanze non sono errori.

Questi ultimi, una volta inseriti e pubblicati, rimangono lì e rovinano l’esperienza narrativa, mentre le prime possono sempre essere colmate dalla nascita di una nuova stella, in grado di alimentare e diffondere la luce dell’universo narrativo di cui questo libro è stato un vero e proprio Big Bang.

Credo perciò che Il supervisore dei suicidi possa guadagnare ulteriore valore quando, eventualmente, sarà inserito in una saga, ma di base rimane un libro godibile e pregevole, che, nonostante presenti una struttura fantascientifica pura e per certi versi vecchia scuola, ha tutte le carte in regola per farsi apprezzare anche da chi non stravede per il genere.

Mi sento dunque di assegnargli 8,1/10, sperando che arrivino presto nuovi capitoli!

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Author: Marco Ferreri

Scrittore con all'attivo un romanzo e una raccolta di racconti, mi occupo da un paio d'anni di divulgare letteratura, alla ricerca di nuove idee per le mie storie e proficui confronti con altri autori e appassionati.

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