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Cannabis, credevo fosse droga – di Flavio Passi

Oggi la rubrica Storie in Rete non presenta la normale recensione di un libro. Ogni tanto, e dovrebbe accadere più spesso in questi tempi bui, l’esercizio letterario è soltanto un tramite per introdurre, sviluppare e diffondere a una vasta fetta di pubblico un discorso ben più ampio. Questo è l’obiettivo della collana saggistica pop di Edizioni Effetto, casa editrice vercellese fondata da Flavio Passi. Si tratta di una serie di letture snelle, accessibili a chiunque, che sfruttano l’esperienza personale dell’autore per indurre la riflessione su determinate tematiche politico-sociali. Uno degli esempi più riusciti di questa mission letteraria è Cannabis, credevo fosse droga, scritto proprio da Flavio Passi e pubblicato nel 2020.

Uno spaccato autobiografico coinvolgente

Innanzitutto bisogna dire due parole sul titolo. Se a prima vista può sembrare una formuletta provocatoria per attirare l’attenzione – gli esperti di marketing lo definirebbero catchy – sintetizza perfettamente sia l’esperienza personale dell’autore tramutata in narrativa, sia la natura delle riflessioni che ne fanno da corollario.

Ciò che Passi compie nei confronti della cannabis e delle sue proprietà è a tutti gli effetti un percorso di formazione, che ha un forte impatto sulla sua mente – non mi riferisco a quello psicotropo – e ne plasma inevitabilmente alcuni aspetti. L’autore/protagonista attua infatti una vera e propria fenomenologia dell’uscita dall’ignoranza, dalla rottura del pregiudizio interiore alla luce dell’analisi empirica, fino alla ricerca della forza dialettica per rompere il tabù ed esporre pubblicamente le proprie idee, supportate da dati e solide argomentazioni. Attraverso l’evoluzione del suo rapporto con la cannabis, Passi offre uno spaccato autobiografico coinvolgente, psicologicamente completo e narrativamente soddisfacente.

Per quanto le idee personali dell’autore emergano in maniera forte, non si tratta di un comizio su carta. In pieno stile saggistico, Passi si è infatti premurato di condurre un’appropriata documentazione, più che mai necessaria quando si affronta un argomento sul quale la disinformazione regna sovrana presso l’opinione pubblica.

Mandare in fumo i luoghi comuni

Supportato dalla preziosa prefazione dell’ex senatore Matteo Mantero, firmatario di due disegni di legge sulla legalizzazione, che pone l’esempio ipotetico di un’analoga demonizzazione del vino, la parte espositiva dell’opera di Passi è prima di tutto un grande lavoro di debunking dei più noti luoghi comuni sulla cannabis, a partire dalla stessa definizione di droga associata a una pianta. Su questa interessante storia di abuso del quarto potere a scopo di lucro vi lascio un paio di link in descrizione.

Ciò che è concettualmente inaccettabile riguardo l’approccio alla cannabis è che la pianta stessa sia fuori legge in quanto considerata droga, a prescindere dai possibili usi, la maggior parte dei quali rappresentano un’alternativa green ed economicamente competitiva in molti settori produttivi, dal tessile all’automotive. Principalmente per questo motivo la cannabis è scomoda e perciò si è fatto in modo di bandirla tout court, tirandola in ballo alla bisogna per operare manovre di distrazione di massa o per cercare beceramente i riflettori com’è solito fare il Giovanardi di turno.

Perché parlare di cannabis

Piccola parentesi: finora ho usato soltanto il termine cannabis perché, sebbene nel linguaggio comune sia un sinonimo, nella prefazione Mantero spiega che marijuana è un nome coniato dalla propaganda proibizionista per demonizzare la pianta, volutamente esotico e oscuro per stuzzicare la diffidenza xenofoba dell’opinione pubblica dell’epoca nei confronti dell’infernale sostanza che corrompe le giovani menti.

Ironico come in seguito, nel nostro Paese, il termine sia stato abbreviato in Maria, finendo in associazione diretta con la più sacra delle figure religiose del mondo cattolico (sì, più di Gesù Cristo, che in quanto a volume di preghiere ricevute sta terzo dietro Padre Pio). Comunque, per quanto interessante, questa è un’altra storia.

La legalizzazione, fulcro della seconda metà del libro, quella più saggistica in senso stretto, apre una questione economica e sociopolitica a tutto tondo, di cui l’uso ricreativo ricopre una parte tutto sommato marginale. Libri come quello di Flavio Passi sono fondamentali affinché si mantenga vivo il dibattito a riguardo e non si riduca il tutto a: Vecchi bigotti contro giovani che vogliono la libertà di sballarsi.

Come, purtroppo, fin troppo spesso fanno gli stessi sostenitori della legalizzazione.

Una questione sociale a tutto tondo

Cannabis, pensavo fosse droga è stata una piacevolissima anomalia per la rubrica Storie in Rete, in grado di coniugare una metà narrativa schietta, semplice ma tremendamente efficace e un’esposizione chiara, lineare ed esaustiva di una questione sociale di cui non si parla mai abbastanza.

È una lettura consigliabile sotto molti aspetti, sia per chi conosce l’argomento per esperienza personale o per sentito dire, sia per chi si approccia per la prima volta allo studio della cannabis, in cerca di informazioni o risposte ai suoi dubbi.

Il giusto bilanciamento tra saggistica e narrativa centra in pieno lo spirito della collana e, anche in virtù di questo pregio tecnico, il titolo si guadagna un 7,9/10 e tutta la mia stima!

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