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Aglio, olio e assassino – di Pino Imperatore

Che siano opera di emergenti, scrittori affermati o grandi classici del passato, i libri sono il fulcro del lavoro culturale e immaginativo di BTM, nonché la principale fonte di ispirazione, confronto e miglioramento in termini di abilità nella scrittura. Per stabilizzarmi nelle letture e imparare a riconoscere il meglio e il peggio del lavoro altrui, ho creato la rubrica Storie in Rete, con l’intento di presentare e analizzare libri interessanti e di qualità. Quello di cui parlerò oggi è Aglio, olio e assassino, il quinto romanzo firmato Pino Imperatore, giornalista e autore di teatro dal particolare estro umoristico.

Si tratta di un giallo di ottima fattura, difficile da collocare in un sottogenere specifico, in quanto riesce a coniugare una serie di elementi culturali e tecnici davvero notevole. Tra piatti tipici e fanatismi religiosi, poliziotti sciupafemmine e tornei all’ultimo respiro di asso pigliatutto, la famiglia Vitiello e il commissario Scapece accompagnano il lettore in un viaggio nel cuore di Napoli e delle sue mille suggestioni, alla caccia di un killer davvero piccante.

La sirena, la trattoria e il killer al peperoncino

Nonno Ciccio Vitiello, fondatore della rinomata trattoria Parthenope, così chiamata in onore dell’omonima sirena che protegge la città secondo la leggenda, alle soglie degli ottanta anni passa finalmente il testimone dell’attività di famiglia al figlio e braccio destro Ciccio. Pochi giorni dopo, proprio di fronte al locale viene inaugurato un commissariato di polizia, che porta un nuovo, affezionatissimo avventore: l’ispettore capo Gianni Scapece, rientrato in città dopo anni di lavoro fuori porta.

Il primo caso che si presenta di fronte al tutore della legge, amante tanto delle donne quanto della buona tavola, ha dei risvolti decisamente culinari. Viene infatti ritrovato senza vita il giovane Amedeo Caruso, rampollo ribelle di una famiglia facoltosa, e il cadavere presenta la peculiarità di essere stato condito dal killer con aglio, olio e peperoncino.

Il curioso e al contempo misterioso particolare accompagna una prima fase delle indagini durante la quale Scapece brancola nel buio. Intanto, la vita alla Parthenope scorre come sempre, tra le stramberie di nonno Ciccio, lauti pasti e scenette famigliari. Le visite di Scapece continuano e l’ispettore ha modo di entrare in confidenza con i ristoratori, condividendo alcuni elementi del caso e usufruendo talvolta della loro consulenza disinteressata.

L’ispettore riacquista pian piano la sua veracità napoletana e acquisisce maggiori informazioni sull’omicidio tramite interrogazioni e raccolta di testimonianze, ma non riesce a impedire un secondo delitto, anch’esso contraddistinto dal condimento. A questo punto, è chiaro che si tratta del marchio di fabbrica di un serial killer, e la ricerca dell’uomo s’intensificherà fino a diventare una vera e propria caccia.

Il pathos aumenta, tra una scenetta e l’altra

Aglio, olio e assassino presenta un lento e graduale decollo della tensione, e nella prima metà si prende tutto il tempo necessario per presentare, indugiare e approfondire tanto i personaggi quanto gli ambienti. Tuttavia, lo fa in maniera brillante, tramite siparietti, battute e situazioni coinvolgenti, riuscendo dunque a mantenere vivo l’interesse del lettore per quella che altrimenti sarebbe stata un’introduzione piuttosto compassata.

I Vitiello e i personaggi che ruotano intorno alla trattoria, vero fulcro ed espressione dell’estro umoristico di Imperatore, oltre a strappare limpide risate come solo una buona satira sociale sa fare, hanno il pregio di apparire e scomparire con i tempi comici giusti, senza pregiudicare lo sviluppo della suspence e senza risultare stucchevoli. Inoltre, trasmettono quell’aria di veracità e di calore famigliare tipico della cultura del Sud Italia, in particolare quella napoletana, presentando l’archetipo del ristoratore senza cadere in facili stereotipi.
Forse l’ultimo quarto dell’opera avrebbe beneficiato di qualche scenetta riempitiva in meno, adattandosi al crescente clima di tensione e al duello mentale ormai esploso tra Scapece e il killer, ma anche quelle scene si fanno leggere volentieri per via della sagacia autoriale e dell’avvolgente simpatia che suscita la famiglia Vitiello.

Oltre a essere un giallo con tutti gli elementi narrativi al posto giusto, Aglio, olio e peperoncino è un viaggio nel microcosmo sociologico di alcuni quartieri napoletani, uno spaccato di vita e di psicologia. Passionalità e signorilità s’incontrano e si scontrano in ogni pagina, realizzando l’unione tra miseria e nobiltà che sancisce il fascino della metropoli campana. La sapiente unione tra tratti caratteriali riconoscibili ma non inutilmente estremizzati, simboli sacri e profani, superstizioni e lucide deduzioni analitiche immergono prima di tutto il lettore in un’atmosfera, in cui solo successivamente viene calata e sviluppata una vicenda.

La famiglia Vitiello

Come già detto, i Vitiello sono il fiore all’occhiello del parco personaggi di Aglio, olio e assassino, e non soltanto i due nominati finora. Alle attività della Parthenope prendono infatti parte anche i nipoti di Ciccio, oltre a un paio di cuoche definibili a tutti gli effetti di casa, ai clienti fissi e al cane mascotte. Le loro interazioni reciproche, appena si scava oltre la patina comica, trasudano un’aria di casereccia umanità, insieme a una profonda cultura gastronomica. Scapece e il resto dei poliziotti risultano nel complesso leggermente meno memorabili, ancorati a una caratterizzazione classica e per certi versi nostalgica dell’investigazione, ma funzionano perfettamente nell’instaurare il rapporto di sfida con il killer che rappresenta la strada verso il climax della vicenda.

L’assassino possiede a sua volta una caratterizzazione psicologica magistrale, costruita grazie a una sapiente mescolanza di simbolismo sacro, dissacrazione e passionalità freudiana deviata. Il suo maggior pregio è far percepire al lettore, tramite Scapece, il senso delirante di onnipotenza che lo pervade durante le fasi avanzate dell’indagine. A dire il vero, arriva un punto in cui il personaggio del killer merita qualche critica, tuttavia non posso indicarlo apertamente perché sarebbe uno spoiler mastodontico.

Anche i personaggi di contorno, sia quelli inseriti con intento comico, sia quelli più tragici in quanto direttamente connessi alle vittime, centrano in pieno l’obiettivo narrativo e di trasmissione del messaggio o dell’emozione di cui sono investiti, risultando pienamente soddisfacenti.

Napul’è

Come già accennato in precedenza, il pregio principale di Aglio, olio e assassino è travolgere il lettore grazie a un’atmosfera coinvolgente e realistica, sia dal punto di vista narrativo, sia da quello psicologico e sociologico. Inoltre, è pregevole la cura che Imperatore pone nel presentare le informazioni essenziali che caratterizzano ogni ambiente, elemento culturale od opera artistica che tira in ballo durante la narrazione, a prescindere dal fatto che le descrizioni siano pertinenti alle indagini. Non si tratta di parentesi lunghe – difficilmente durano più di un paio di paragrafi – e vengono quasi sempre presentate o all’inizio o a latere di una scena, come se fossero didascalie, così da non interferire nella narrazione ed evitare l’effetto anti climatico.

Al pari di De Palo ne La confraternita della Rosa Nera, anche in questo caso emerge il background giornalistico dell’autore, che ci tiene a ricavare lo spazio necessario per trasmettere informazioni e frammenti di cultura, innalzando la sua opera oltre il livello del mero intrattenimento. Il tutto con uno stile di scrittura schietto e tagliente, ma non scarno, che sa avvalersi del registro popolare quando necessario senza risultare volgare o fuori luogo.

Aglio, olio e buona lettura!

Mi sento di consigliare Aglio, olio e assassino a chi ama i gialli classici con una spiccata componente umoristica. Si tratta di un poliziesco che sa intrattenere, appassionare, divertire, emozionare e mantenere in tensione senza per questo accampare aspirazioni illegittime di agrodolce disillusione noir. Grazie ai suoi personaggi nazional-popolari, alle situazioni famigliari e alla capacità evocativa, il romanzo scavalca il limite degli amanti del genere, risultando una lettura per tutti nonostante la sua corposità. 300 pagine e rotti che si scorrono con gusto, al netto di qualche scenetta leggermente prolissa, per quanto simpatica e in linea con trama e personaggi.

Nel complesso, Aglio, olio e assassino merita il voto più alto assegnato finora a un romanzo giallo/noir/thriller, ovvero 8,3/10!

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